Il coronavirus nei “nostri Paesi”: Filippine, 3.246 contagi, 152 morti

Pubblicato il: 22/03/2020

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Il Covid-19 si sta espandendo nelle Filippine con effetti gravi, anche se non catastrofici come quelli che conosciamo in Italia, in Cina e in altri Paesi. L’arcipelago è comunque isolato rispetto e i voli aerei internazionali da e per l’Europa sono chiusi. Nell’ultima settimana di marzo, tuttavia la diffusione dei contagi e delle vittime ha avuto un accelerazione: i numeri si sono moltiplicati nell’ultima settimana. Il presidente filippino Duterte, non nuovo a questo tipo di “uscite”, ha minacciato di far sparare a chi non rispetta la quarantena . Questa la situazione aggiornata al 5 aprile.

Contagi: 3.246

Decessi: 152

Lo scorso 13 marzo, come riporta l’agenzia Asia News, il presidente filippino Rodrigo Duterte ha annunciato l’isolamento dell’intera area metropolitana di Manila e dei suoi 12,8 milioni di abitanti, come misura per contenere la diffusione del nuovo coronavirus Covid-19. Ieri notte, durante un discorso televisivo alla nazione, Duterte ha reso noti una serie di provvedimenti tra cui la chiusura delle scuole e il divieto di assembramenti. I trasporti via terra, aria e mare da e verso la Regione della capitale nazionale (Ncr) saranno sospesi dal 15 marzo fino al prossimo 14 aprile. Il presidente ha anche affermato che il suo omologo cinese, Xi Jinping, gli ha scritto una lettera per offrire assistenza. “Qualora le cose peggiorassero, potrei dover chiedere aiuto alla Cina”, ha dichiarato. “Forse avremo bisogno del tuo aiuto, presidente Xi”.

Duterte ha pronunciato il suo discorso dopo che almeno 15 alti funzionari e parlamentari filippini si sono sottoposti ad esami diagnostici o hanno iniziato la quarantena domestica. Le Filippine, con una popolazione di circa 104 milioni di persone, all’inizio di marzo potevano contare su solo 2mila kit diagnostici disponibili per il Covid-19. Lo denunciava Maria Rosario Vergeire, assistente segretaria alla Salute.

Il “blocco totale” imposto per un mese all’isola di Luzon, regione dove si trova Manila, avrà un fortissimo impatto soprattutto sui più poveri e vulnerabili: lo rileva all’Agenzia Fides padre Andreas Chang, missionario sudcoreano nelle Filippine e direttore del St. Joseph Medical Center di Malabon, alla periferia di Manila.

 

4 aprile. La lotta alla pandemia di Covid-19 non ha rallentato la “crociata contro la droga” nelle Filippine. “Attualmente, il paese sta affrontando una doppia guerra: una è la guerra alla droga e l’altra è contro il coronavirus”, nota all’Agenzia Fides Catherine Guzman, laica cattolica della diocesi di Cubao, vicino Manila. “Avevamo sperato che, con l’impegno profuso per fermare la pandemia, la guerra alla droga si interrompesse , ma ciò non sta accadendo”, rileva.
Dal 2016 il presidente Rodrigo Duterte ha avviato la politica antidroga per uccidere criminali e tossicodipendenti spesso colpendo i quartieri più poveri delle Filippine e soprattutto quelli che vivono in vaste baraccopoli. Finora ha causato 6.600 vittime ufficiali della polizia, ma circa 30mila incluse le persone uccise da non ben identificate “squadre di vigilantes” e giustizieri armati: una lunga scia di omicidi extragiudiziali.
Nonostante la pandemia, il micidiale impulso dato dal governo per la “guerra alla droga” continua e l’attenzione della polizia si è spostata anche su altre aree del paese e su altri obiettivi.
Mentre l’emergenza del coronavirus ha già ucciso 144 filippini e registra oltre 3.100 casi di infezione, il governo ha imposto il blocco dell’intera isola settentrionale di Luzon, con 57 milioni di persone. I capi provinciali e municipali hanno imposto misure simili nelle loro stesse comunità, mettendo praticamente in quarantena l’intero paese di 104 milioni di persone.
Il 1° aprile, Rodrigo Duterte ha ordinato alla polizia e ai militari di sparare alle persone che non rispettano il blocco della nazione. “Siamo davvero preoccupati e scioccati da questo invito. Viviamo ogni giorno una doppia battaglia: con la pandemia o con gli omicidi legati alla droga”, dice a Fides Sebastian Cruz, 23 anni, che vive in una baraccopoli di Manila, dove la gente è costretta a uscire di casa per procurarsi il cibo.
Nella società civile, gruppi che tutelano diritti umani hanno chiesto l’interruzione immediata delle operazioni di polizia, mettendo in guardia contro ulteriori abusi durante la crisi sanitaria nazionale. “E’ paradossale assistere a omicidi extragiudiziali mentre la nazione è impegnata a salvare vite umane dal micidiale coronavirus”, ha affermato Carlos Conde , attivista della Ong “Human Rights Watch” nelle Filippine. Paulin Romer, assistente sociale, auspica che “l’emergenza sanitaria nazionale porti alla fine della cosiddetta crociata contro la droga” e che cessi “la cultura dell’impunità, per cui le forze dell’ordine possono avere la mano libera per uccidere senza conseguenze”. Il blocco, rileva “ha esacerbato la disuguaglianza sociale nel paese, portando a ulteriori violazioni dell dignità e dei diritti umani”. (Fides)


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